Fine Vita

Ritratto di antoscardo
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Per molte istituzioni la morale è una cosa seria, lo si capisce dal modo in cui da sempre trattano il tema della morte: argomento potente, tabù sociale su scala mondiale, naturale che sia usato come una leva, per sollevare masse di dimensioni nazionali, o per non farlo. Eppure, per la gente comune, che vive lontano dalle dinamiche di dominazione delle coscienze o dalle logiche dell'esercizio del potere e del suo mantenimento, la sola banale preoccupazione è quella di vivere in un mondo dove almeno la libertà personale sia considerata un valore supremo, dal quale scenda tutto il resto. Faccio il medico di famiglia nelle campagne collinari delle Marche, cerco di risolvere problemi pratici, quotidiani: l'influenza e i vaccini per bambini, la tosse e gli acciacchi della vecchiaia, la morte di una persona che vive sola o in famiglia. Nello sfortunato caso della morte, sono responsabile della valutazione dei parametri

 vitali residui e, nel caso non ce ne fossero, procedo alla costatazione di decesso, all'invio o meno del defunto al medico necroscopo, per eventuali accertamenti ulteriori, e infine alla compilazione dei moduli ISTAT per la burocrazia e le statistiche, ultimo passo prima di assicurare alla salma la dignitosa sistemazione in un luogo appropriato e sicuro. La morte che vedo io è un problema pratico. Quando una persona muore, ho il dovere di occuparmi del corpo e dello stato psicologico dei parenti. Problemi pratici, ripeto. Non so dove andrà l'anima del defunto, non è compito mio. Nel caso mai auspicato della constatazione di un decesso, vedo solo occhi sbarrati e vuoti, corpi che deperiscono in fretta, rattrappiti, rilassati, con le bocche chiuse o aperte, con le feci e le urine dappertutto o in uno stato più o meno composto. Io vedo solo un corpo morto. E mi preoccupo che sia stabilita con professionalità, tatto e rispetto la causa del decesso, ove possibile, e che al più presto il corpo sia bonificato, al solo scopo di mantenere un buon livello della salute pubblica. Resto accanto ai familiari colpiti dal lutto e me ne occupo, ma solo se richiesto. Il dolore è una cosa seria, personale: cerco di non interferire troppo, in ogni caso. Non vedo perché dovrei fingere un coinvolgimento, ove questo non ci fosse. Nella sventura di un decesso non vedo complicazioni morali o religiose, ma solo la morte per quella che è: un affare per fortuna non quotidiano, ma ricorrente; che purtroppo colpisce tutti prima o poi, del quale ci si deve occupare con sensibilità umana e professionale, competenza e celerità. La morte non ha nulla di speciale, è un fenomeno con caratteristiche specifiche perfino interessanti, la cui meccanica aiuta a riflettere sulle cose. Per me si tratta di un problema affettivo per le persone coinvolte e un lavoro pratico per le istituzioni e la società. Tutto qui. Se le volontà del defunto richiedono la necessità di una tumulazione discreta, faraonica oppure di una cremazione con successivo cospargimento delle ceneri in mare, questo non mi riguarda. Se l'anima del defunto andrà all'inferno o in paradiso, nel Valhalla di Odino o nel regno degli spiriti dei Sioux, neanche questo deve riguardare me e francamente non mi interessa. Nel mondo attuale regna la negazione della morte; sarebbe invece istruttivo mostrarla ai giovani, notare assieme come in alcuni casi il corpo, negli ultimi istanti, tenti ancora un lieve e ritmico sobbalzo, una sorta di istintivo respiro animalesco, residuo e privo di finalità fisiologiche concrete. Si potrebbe pensare che un corpo arcaico, una sorta di rettile antico, scevro da volontà coscienti, viva in noi e si dibatta fino alla fine, e che forse sia quella la sede dell'inconscio. Confesso che mi piacerebbe discutere di queste cose, tranquillamente. Ma la superstizione e l'infantilismo di molti spesso non lo permette. Dall'inizio della mia attività, ciò che della morte mi ha colpito di più è come il corpo privo di vita non rassomigli in nulla, un attimo dopo il decesso, alla persona che si credeva di conoscere. Quella persona non è lì senza la sua mente, senza la coscienza. Descrivere brutalmente le proprie considerazioni mediche può essere utile, mi ripeto spesso, affinché i non addetti possano farsi un'idea di un punto di vista obiettivo: si eviterebbe forse che qualcuno si appropri della morte per uno scopo. La morte alla quale assiste il medico è, e deve restare, un'affare che appartiene a tutti, perfino nei suoi aspetti più reconditi e apparentemente oscuri. Perché non c'è nessun mistero, nella morte. Non è infrequente per un medico di famiglia il confronto con il desiderio di morire di alcuni pazienti molto anziani o di malati in fase terminale. In quei casi, cosa fare? Credo che a una richiesta esplicita di un paziente nel pieno possesso delle facoltà mentali sia un dovere professionale provvedere. La medicina conosce molti modi per alleviare le sofferenze o per accompagnare dolcemente alla morte, perché non applicarli con la dovuta competenza? Sarebbe bello poter scegliere di decidere per la propria morte in coscienza e libertà, così come lo si è fatto per lunghi anni di vita. Capita anche che i parenti di un paziente incosciente da anni, ridotto dalla malattia a un'esistenza immobile e penosa, chiedano quali procedure sia possibile adottare per accompagnare la persona amata a una fine dolce e serena. Si chede al medico di rendere la libertà a una persona imprigionata in un corpo oramai privo di dignità umana e di concludere così un onere emotivo ed economico assurdo e incomprensibile. Fare finta che ciò non capiti nella pratica quotidiana è pura ipocrisia. Questa è la realtà delle persone, sul campo. La gente convive con il problema pratico, concreto della morte, che nulla ha a che vedere con preconcetti o finalità culturali, politiche o religiose; la gente comune ha il problema di vivere e morire in libertà, nessun altro. Si parla di morte, dunque. E' una cosa seria. Ma anche se si parlasse della gioiosa vita, cambierebbe qualcosa? La legge 40 vieta la fecondazione eterologa e di fatto rende minima la possibilità per i medici di adattare la fecondazione autologa secondo i casi limitando il successo stesso della fecondazione in vitro. Perché? Non sta forse alle donne e ai medici, secondo i casi clinici e le proprie considerazioni etiche, a dover e poter decidere quali tecniche adottare? La realtà è che gli italiani vanno a farlo all'estero: aspettano una chiamata, prendono le ferie, un aereo, pagano terapie, medici e alberghi. Questo è il risultato pratico di uno stato moralista. Il desiderio di una élite politica o ecclesiastica di conservare il proprio dominio facendo leva su un ambito importante e spaventoso come quello della morte, (o della vita) è chiaro; si coltiva l'ignoranza e la superstizione per finalità opposte da quelle che dovrebbero mirare a comprendere e risolvere i problemi e le aspettative della gente. Ciò non mi interessa come medico e mi ripugna come uomo libero. In molti paesi europei si può elargire la morte a persone la cui volontà sia stata accertata da strettissimi criteri legali e con modalità regolate da commissioni apposite. In Belgio dal 2002 è prevista l'eutanasia, su richiesta esplicita del paziente. Ai cittadini viene riconosciuta anche la possibilità di predisporre un testamento biologico con dichiarazioni anticipate di trattamento, scegliendo a quali cure sottoporsi e quali rifiutare. In Danimarca è stata istituita un'apposita banca dati elettronica, che custodisce le direttive anticipate presentate dai cittadini. In caso di malattia incurabile o di grave incidente, i danesi che hanno depositato il testamento medico - documento che ogni camice bianco è tenuto a rispettare - possono chiedere l'interruzione delle cure e dei trattamenti, e di non essere tenuti in vita artificialmente. Nel caso di sopravvenuta incapacità, il diritto del malato può essere esercitato dai familiari. In Spagna le norme sulle dichiarazioni anticipate di volontà sono contenute all'interno di una più ampia legge sui diritti dei pazienti entrata in vigore nel 2003. E' dunque riconosciuta al cittadino maggiorenne la facoltà di manifestare anticipatamente e per iscritto la propria volontà in merito a cure e terapie cui essere sottoposto, nel caso dovesse perdere la capacità di esprimerle personalmente. Egli può inoltre nominare un suo rappresentante, dunque entra in gioco la figura del fiduciario, che può fungere da interlocutore con i medici per realizzare le sue volontà ed evitare che ci sia accanimento terapeutico. Lo stesso avviene in Francia. Inghilterra, Germania e Stati Uniti hanno una legislazione poco chiara, dove però il "living will" è riconosciuto fin dagli anni '90 da una consolidata giurisprudenza, che ha fissato alcune condizioni per la validità del testamento biologico. L'Olanda è notoriamente il primo Paese al mondo che, nel 2001, ha modificato il Codice penale per rendere legali, in alcune circostanze rigorosamente normate, sia l'eutanasia sia il suicidio assistito dal medico, per mezzo di procedure accurate e indolore. La normativa contiene anche la disciplina relativa al testamento biologico. Le dichiarazioni di volontà possono essere sottoscritte anche da minori, purché i genitori siano d'accordo se il minore ha fra i 12 e i 16 anni, mentre se ha fra i 16 e i 18 anni è sufficiente che ne siano stati informati. E in Italia? Al massimo si può fare un testamento biologico video, su youtube, e sperare che al momento opportuno qualcuno lo guardi. Perché in Italia non c'è la libertà di scegliere in cosa credere e di vivere o morire secondo la propria coscienza? Decidere se sottoporsi o meno a una terapia è un diritto inalienalbile oppure no? Cosa c'è di compassionevole nel lasciare che alcuni meditino e decidano in solitudine di lanciarsi da un balcone o di spararsi a una tempia, come uniche modalità ammesse e concesse in una società ipocrita? Non sarebbe bello discutere serenamente e, nel caso accertato che non si tratti del desiderio dettato da un parossismo depressivo, ma una scelta ponderata e cosciente, scegliere assieme un modo più dignitoso e intelligente per aiutare i cari a togliersi la vita? Ma davvero in questa piccola enclave mediterranea si crede che mistificazione e negazione della morte siano sinonimi di civiltà, progresso e umanità? Perché siamo così inclini a cedere alla superstizione e alla paura? Personalmente sarei fra i medici che aiuterebbe a morire chi lo desiderasse. Il mio punto di vista di uomo, prima che di medico - per quello che vale - è che la morte non esista, che sia una comoda invenzione per qulche furbo amministratore delle coscienze e un orrendo tabù per chi è immaturo e incapace di affrontare la realtà. Il medico che elargisca la morte a un individuo, il cui grado di coscienza e la cui reale necessità siano accertati con metodi obiettivi, non farebbe altro che un'opera degna di una società libera, cosciente e matura. Un atto di compassione che potrebbe addirittura valere la conquista di un paradiso; per chi ci crede.

 

Antonio Scardino, MD&PhD - Immunologo

antoscardo@yahoo.it

tel:3319101403

 

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