La partecipazione popolare nel programma elettorale del Polo e dell'Unione

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di Paolo Bertolottielezioni Per coloro i quali, da sempre e sotto accusa di utopismo, hanno fatto della democrazia partecipativa e diretta il contenuto del proprio impegno politico, ascoltare autorevoli e navigati esponenti politici elucubrare sull'argomento suscita un duplice sentimento: ci si rallegra che in certi ed insospettabili ambienti abbiano scoperto il valore della partecipazione ma, allo stesso tempo, si segue con disappunto un discorso che sfocia spesso nella banalizzazione se non proprio nella strumentalizzazione più grossolana. Oggi di partecipazione si parla molto; il fatto che il più delle volte si sia costretti ad ascoltare sproloqui, non pregiudica affatto la portata storica del fenomeno. I cittadini – sempre in maggior numero - non si limitano più a chiedere cambiamenti, ma vogliono partecipare, essere protagonisti di quei cambiamenti; in molti si diffonde l'idea che i diritti politici non possano esaurirsi nell'atto di depositare una scheda nell'urna ogni cinque anni. La coscienza partecipativa cresce e con essa occorre fare i conti. Di qui la necessità da parte della classe politica (in vero neanche tutta), soprattutto in prossimità delle consultazioni elettorali, di mostrarsi sensibile e ricettiva verso queste istanze. E tuttavia, non essendo tutti disposti a cedere all'arte dell'eloquio peloso, né a prendere per oro colato le dichiarazioni d'intenti, conviene ricercare nei documenti politici ufficiali e, soprattutto, nelle eventuali applicazioni concrete, le tracce di questa ritrovata volontà politica democratica. In questo senso le imminenti elezioni politiche con il loro codazzo di programmi, manifesti e impegni solennemente assunti, possono costituire un utile banco di prova. Intanto dobbiamo registrare, a giudicare dal programma, dalle dichiarazioni e, soprattutto, dal modus operandi, che nel polo di centrodestra l'argomento è tabù. In quello schieramento, con la consueta attenzione per le sfumature che li contraddistingue, hanno risolto la questione in modo definitivo: di partecipazione non si parla nemmeno (d'altronde a che servirebbe in una monarchia assoluta?). Resta ancora da capire se si tratti di ignoranza (partecipazione? Cos'è qualcosa che si mangia?), di una scelta ponderata e deliberata, oppure della logica conseguenza di un'antropologia “gregaria” che suggerisce, ai dirigenti di quei partiti, di genuflettersi di fronte alle briciole lasciate loro dal condottiero supremo. Nel centrosinistra invece, contraddistinto da un approccio più problematico, il tema della partecipazione è evocato nel ponderoso tomo programmatico – sebbene in tono minore rispetto all'enfasi usata il 16 ottobre. A pagina 11 si legge: “….puntiamo ad ampliare ed arricchire le occasioni di partecipazione, anche rivitalizzando il referendum abrogativo: proponiamo per questo di aumentare da 500.000 a 750.000 il numero di firme necessarie per indire un referendum…” (dice proprio così!). Che per “rivitalizzare” il referendum fosse necessario aggiungere ulteriori difficoltà per il suo svolgimento, dovevamo attendere il cerebralismo degli estensori del programma dell'Unione per saperlo (nessuna sorpresa invece se scoprissimo che la paternità della frase fosse da attribuirsi a chi ha suggerito ai cittadini di disertare le urne in occasione dell'ultimo referendum; triste non c'è dubbio, ma almeno coerente). La seconda parte della frase ricerca una qualche forma di riabilitazione:”….e di ridurre il quorum previsto per la validità della consultazione alla metà dei voti espressi nelle precedenti elezioni per la Camera dei Deputati.” Effettivamente applicando questa norma il quorum si abbasserebbe – almeno in termini assoluti - . Tuttavia in termini relativi, per quanto il quorum possa scendere non potrà mai compensare l'aumento percentuale (+ 50%) delle firme necessarie. Diciamo la verità, la proposta è un po' ambigua e si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una di quelle situazioni in cui con la mano destra ci si riprende ciò che si è dato con la sinistra. Insomma: un forte odore di polpetta avvelenata. Che dire poi di quella sorta di “legge del contrappasso” secondo la quale più è alta la partecipazione alle elezioni politiche (quelle in cui i cittadini delegano ad altri il potere politico) e più è difficoltoso raggiungere il quorum di validità del referendum (il momento in cui i cittadini decidono direttamente)? Rimanendo sul tema referendario occorre aggiungere che l'eventualità di introdurre una qualche forma di referendum propositivo non è stata neanche presa in considerazione. Il documento prosegue con un'altra solenne giaculatoria: “….incentiveremo e diffonderemo le esperienze di democrazia partecipata a livello locale, favorendo il dialogo tra le Istituzioni e i soggetti della società civile”. Andiamo per ordine; cosa si intende per “esperienze di democrazia partecipata”? Non viene fatto alcun esempio, non viene citata alcuna forma od “esperienza” specifica, lasciando il tutto nella più assoluta genericità. Ci si riferisce al bilancio partecipativo? Se sì perché non lo si cita? Se no perché non lo si ammette esplicitamente? Che la risposta sia affermativa o negativa il fatto che non sia citato può dipendere dall'imbarazzo che può suscitare la discrepanza tra enunciazioni propagandistiche e fatti concreti? Perché nonostante questa “esperienza” sia conosciuta da 17 anni – da quando fu introdotta a Porto Alegre – e nonostante n Italia vi siano più di 8.000 comuni (in maggioranza governati proprio dal centrosinistra), le “esperienze” di bilancio partecipativo concretamente attuate si contano sulle dita di due mani – forse -. Ma le ambiguità non sono certo finite. Che vuol dire ….”favorendo il dialogo tra le istituzioni e i soggetti della società civile…”? A chi si allude con quel….”soggetti della società civile”? Ai cittadini oppure alle organizzazioni sindacali, di categoria o ad altre associazioni in genere? Il testo non è chiaro e tuttavia questo è un punto fondamentale. Perché, per esempio, per indicare la prassi del “dialogo” tra istituzioni e soggetti sociali organizzati esiste già un termine ben preciso e collaudato: concertazione (neocorporativa); di conseguenza, se di questo si trattasse, sarebbe più utile – e onesto – utilizzarlo. Certo, le parole hanno un proprio peso specifico e nelle temperie attuali non c'è dubbio che la parola “partecipazione” tiri di più, in termini di audience, di quanto non riesca a fare la parola “concertazione”. Tuttavia le parole hanno anche un significato e non si possono utilizzare a piacimento senza alcun rispetto per la loro etimologia né, la riconosciuta abilità retorica e dialettica, può trasformare “l'acqua” della concertazione nel “vino” della partecipazione. La democrazia partecipativa – tanto per essere chiari – prescrive la partecipazione diretta del singolo cittadino che, proprio in virtù della partecipazione alla vita della propria comunità, assume una dimensione sociale. L'idea secondo la quale la partecipazione sia possibile soltanto all'interno di un involucro associativo è riduttiva, spesso denuncia una visione escludente ed elitaria dei rapporti sociali e, in qualche non isolato caso, ha il sapore acre del collateralismo. Altra questione importantissima: cosa dobbiamo intendere per “dialogo”? Significa che i “soggetti della società civile” (ammettendo pure che ci si riferisca ai cittadini) saranno chiamati a decidere o che, al massimo, verranno ascoltati? Differenza di non poco conto: nel primo caso si tratterebbe di democrazia partecipativa, nel secondo della solita “patacca”. Quando alcuni politici si lanciano in affermazioni di questo tenore: “occorre parlare con i cittadini”, oppure: “bisogna fare una politica in mezzo alla gente”, in realtà, che ne siano consapevoli o meno, ribadiscono quella condizione di separatezza con i cittadini – considerati altro da sé – che è proprio il presupposto fondante della democrazia rappresentativa, non di quella partecipativa. Volendosi accreditare come “amici del popolo” non si rendono conto di dimostrare esplicitamente di essere, e di sentirsi, diversi dal popolo stesso. Una concezione del genere lascia inalterate le posizioni e i ruoli dei due interlocutori: da una parte la classe politica, dall'altra i cittadini; da una parte chi decide, dall'altra chi non decide. In questo specifico punto almeno, il programma dell'Unione ha il pregio di essere molto chiaro, (cappello introduttivo al programma “Partecipazione, rappresentanza e governabilità”, pag. 11): “..un sistema istituzionale democratico deve garantire, insieme, la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, l'effettiva rappresentatività delle istituzioni che prendono le decisioni fondamentali per la vita associata..”. La prima parte della frase sembrerebbe scritta da Monsieur De Lapalisse (ci mancherebbe ancora che un “sistema istituzionale democratico” non garantisse la “partecipazione dei cittadini alla vita pubblica”). La seconda parte invece sembrerebbe vergata da Pareto, dove si riafferma puntigliosamente – non si sa mai – che sono sempre le istituzioni rappresentative (leggasi le élites partitiche) a “prendere le decisioni fondamentali”. A destra occultamente, a sinistra banalizzazione: questo è lo stato della partecipazione nel nostro paese. E se questa è la partecipazione promessa in campagna elettorale…… Share this